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Il Partito Umanista è
retto dall'azione nonviolenta. Rifiuta ogni violenza, di qualsiasi
tipo, da qualsiasi parte provenga e qualunque ne sia la sua giustificazione.
Pertanto utilizza questa metodologia nella lotta pratica e quotidiana
a favore dei Diritti Umani.
La Nonviolenza attiva (o l'attivismo nonviolento) è la metodologia
del P.U. per l'azione politica e sociale. E' questo il modo per conquistare
il potere politico, esercitarlo, resistere e combattere la violenza
e umanizzare la società.
Il P.U. userà tutte le risorse della Nonviolenza per lottare
contro tutte le forme di violenza (fisica, sociale, economica, religiosa
e psicologica). Gli interventi quotidiani degli strati più
bassi dei lavoratori, le manifestazioni di protesta, gli scioperi,
movimenti femminili e studenteschi, le proteste degli immigrati, la
pubblicazione di manifesti, volantini e periodici, interventi alla
radio ed alla televisione, tutto ciò fa parte delle forme,
dell'etica e della pratica della Nonviolenza.
Il P.U. farà anche un grande uso dell'immaginazione per sviluppare
nuove forme di lotta nonviolenta, e chiarirà e mobiliterà
la popolazione perché si unisca ad esso in questa resistenza,
per trovare forme e modi per risolvere conflitti e contrapposizioni
lungo i binari della Nonviolenza creativa.
La Nonviolenza attiva comprende la denuncia delle ingiustizie, la
non partecipazione a ogni forma di oppressione e violenza, l'azione
psicologica, la disubbidienza civile, la resistenza nonviolenta all'autoritarismo,
ecc. Cioè ogni possibile forma nonviolenta di lotta a ogni
forma di violenza.
La violenza non è un metodo etico né pratico per porre
fine alla violenza, ma ne genera altra, in una catena senza fine di
rappresaglie. Per noi il fine non giustifica i mezzi. Mezzi e fini
sono collegati. Nessun futuro degno dell'essere umano può essere
edificato sulla base del sangue e della polvere da sparo, ma nemmeno
con la complicità, l'indifferenza e la vigliaccheria di fronte
alla violenza, alla sofferenza e all'oppressione.
Alcuni dicono che il bambino usa i pugni fino a che non impara a usare
il cervello. Come forma di lotta contro la violenza, la violenza appartiene
dunque all'infanzia della mente umana, mentre la nonviolenza è
l'arma dei coraggiosi e degli intelligenti. La nonviolenza attiva
è un metodo che non è stato ancora sviluppato in tutte
le sue potenzialità. Le lotte nonviolente di Gandhi e Martin
Luther King sono esempi che si possono sviluppare, adattandoli alle
condizioni attuali.
La nonviolenza attiva non è una semplice posizione di pacifismo
passivo, rassegnato e timoroso, ma è una militanza dinamica
- coraggiosa e ribelle - contro ogni forma di violenza, le sue radici
e le sue manifestazioni. Essa lotta inoltre per gettare ponti di comunicazione
diretta tra diverse razze, popoli, comunità e individui.
Finora enormi quantità di risorse (umane, economiche, tecnologiche,
scientifiche, ecc.) sono state e sono impiegate per lo sviluppo della
violenza. Se le stesse risorse venissero utilizzate per lo sviluppo
della nonviolenza, ogni paese o il mondo intero cambierebbe in pochi
anni. Sull'efficacia della Nonviolenza.
Un argomento che viene spesso sollevato contro la nonviolenza è
che la violenza, come mezzo per ottenere dei risultati, è efficace.
Fa cioè sì che si ottengano le cose. Ma questo non è
vero. Non sempre la violenza ha successo, a volte raggiunge i suoi
obiettivi di corto respiro e a volte no. La storia e gli eventi quotidiani
illustrano ampiamente questo punto.
Ogni volta che due fazioni violente si confrontano, ci può
essere un vincitore, ma anche un vinto, la storia delle guerre dimostra
questo fatto, e i registri della polizia sono pieni di casi che evidenziano
il fallimento della violenza come mezzo.
D'altra parte, possiamo essere d'accordo sul fatto che i mezzi nonviolenti
non ottengono sempre i risultati desiderati. Anche la Nonviolenza
attiva può esibire una lista di successi e sconfitte, di trionfi
e fallimenti.
Possiamo però sostenere con sicurezza che, ogni volta che è
stata impiegata per raggiungere un obiettivo di grande importanza
e durata, la violenza ha sempre fallito. Può aver ottenuto
dei risultati iniziali, raggiunti però a prezzo di dolore e
sofferenza (per i vincitori come per i vinti), finendo presto per
passare in secondo piano rispetto alle conseguenze della violenza.
La grande causa viene così alla fine tradita e sconfitta.
Ad esempio, dopo una lotta violenta può succedere a volte che
nessuno rimanga vivo o in condizioni abbastanza buone da approfittare
del successo. In altri casi, il dolore e la sofferenza inflitti ad
altri e sopportati dal vincitore lo privano di ogni gioia o soddisfazione.
In altri casi la paura di rappresaglie e la frenesia di consolidare
risultati così ottenuti porta a una violenza maggiore di quella
esercitata prima su quanti avrebbero dovuto godersi la vittoria. Quelli
che sono pronti ad invocare la violenza o a parlar male della nonviolenza
sono spesso rivoluzionari da salotto, o cinici e codardi inconfessati,
che mandano gli altri in battaglia, o sciocchi che possono solo immaginarsi
come vincitori e mai come vittime, o esseri umani materialisti e degradatori
che non vedono alcun senso nella vita.
Per quanto riguarda la difficoltà di escogitare e mettere in
pratica i metodi nonviolenti, è la stessa incontrata con la
violenza. Inoltre, non solo una violenza che abbia successo non è
così facile da portare avanti, ma bisogna poi pensare anche
al dopo: come evitare le rappresaglie, evadere la legge, ecc., una
preoccupazione che invece non sorge quando si usa la nonviolenza.
Perfino "L'arte della guerra", di Sun Tzu, un classico trattato
cinese sulla guerra, sostiene che il miglior guerriero è quello
che conduce le cose in modo da non far mai sorgere il bisogno di un
combattimento reale, quello che vince le battaglie prima che queste
siano richieste, e che con l'astuzia fa sì che il nemico non
prenda le armi. Un concetto simile è applicato oggi usando
lo spionaggio e il controspionaggio, la propaganda, gli scambi economici
e culturali, i negoziati e la diplomazia per scongiurare il ricorso
alla violenza. Più un paese è intelligente, più
ricorrerà a tutti i possibili mezzi nonviolenti prima di farsi
incastrare in un confronto violento.
Tenendo conto di tutti gli argomenti sopra menzionati, affermiamo
che la violenza non può vantare nei confronti della nonviolenza
alcuna superiorità rispetto al raggiungimento di obiettivi
di lunga durata e grande importanza.
Per ogni mezzo violento, se ne può escogitare e provare uno
nonviolento, con uguali (o superiori) possibilità di successo.
Violenza e nonviolenza producono entrambe un "feedback",
una reazione a catena, un "karma" individuale e sociale
con conseguenze rispettivamente indesiderabili e desiderabili.
Infine, la Nonviolenza non verrà mai capita o preferita da
chi cerca una convenienza per sé o per altri, ad ogni costo.
La nonviolenza è per chi si interessa non solo del presente,
ma anche del futuro della propria azione, non solo di ottenere le
cose, ma anche del prezzo da pagare, non solo di raggiungere risultati,
ma anche del loro fondamento morale.
In sintesi, la nonviolenza rappresenta il meglio dell'essere umano,
la violenza il peggio. La scelta è chiara; sta poi a ognuno
scegliere la propria strada nella vita. L'evoluzione dell'uomo e la
civilizzazione è stata raggiunta nonostante lo spargimento
di sangue, e non grazie ad esso. L'impulso dell'uomo verso l'alto
viene dai suoi aspetti migliori, non dai peggiori. La ribellione e
la lotta alla violenza è presente nelle migliori filosofie,
religioni, costituzioni, leggi e nella vita di quelli che vale la
pena di ricordare. La violenza andrebbe vista come la conseguenza
o la risorsa scaturita da impotenza, debolezza, disperazione, bestialità,
squilibrio, paura, avidità, ecc., aspetti che non costituiscono
certo le migliori potenzialità dell'uomo. |
Vedi anche: L'essere
umano come valore centrale, Non violenza
attiva, Tolleranza attiva e non-discriminazione,
Proprieta' partecipata dei lavoratori,
Democrazia reale
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